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IL PUCCINI DEL PREMIO OSCAR ANTHONY MINGHELLA INCANTA IL METROPOLITAN

Luca Zipoli
Scuola Normale Superiore (Pisa, Italia)



(6 de noviembre de 2017)


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CRÓNICA


Madama Butterfly · Música de Giacomo Puccini
Libreto de Giuseppe Giacosa & Luigi Illica

Metropolitan Opera de Nueva York

Jader Bignamini (director) · Hui He (Cio-Cio-San) · Maria Zifchak (Suzuki) · Roberto Aronica (Pinkerton) · David Bizic (Sharpless)

Producción de Anthony Minghella · Han Feng (vestuario) ·
Peter Mumford (iluminación) · Carolyn Choa (director de reestreno)
Blind Summit Theatre (marionetas)


Photo: Marty Sohl/Metropolitan Opera

Ieri sera al Metropolitan Theatre di New York è andata in scena Madama Butterfly, per la regia di Anthony Minghella, acclamato regista di Hollywood e premio Oscar nel 1997 per il film The English Patient. Questo spettacolo ha rappresentato il penultimo titolo della tetralogia di opere pucciniane che il teatro newyorkese ha deciso di mettere in scena in questa stagione, in occasione dei 160 anni dalla nascita del compositore lucchese, e che sarà conclusa dall’attesissima nuova produzione di Tosca in programma per gennaio con la partecipazione della star internazionale Anna Netrebko.


Photo: Marty Sohl/Metropolitan Opera

Madama Butterfly venne composta da GiacomoPuccini tra il 1900 e il 1904 e andò in scena per la prima volta il 7 febbraio 1904 al teatro La Scala di Milano. Dopo il trionfo ottenuto proprio con Tosca, a Roma nel 1900, Puccini era stato a lungo indeciso sul soggetto da mettere in musica e, dopo aver accarezzato l’ipotesi di testi di grandi autori di fine secolo come Zola e Dostoevskij, fu una folgorazione improvvisa che lo portò a scegliere di musicare, al contrario, la storia meno nota della geisha giapponese. Nel giugno del 1900, infatti, il maestro assistette a Londra e al dramma Madame Butterfly dello scrittore americano David Belasco, che lo aveva tratto a sua volta da un racconto dello statunitense John Luther Long apparso qualche anno prima. Puccini si innamorò all’istante della storia e l’aneddoto, diffuso dallo stesso Belasco e come tale forse viziato da una certa dose di civetteria, narra addirittura di un Puccini che volle andare nel camerino dell’autore quella sera stessa al termine della rappresentazione e che gli chiese i diritti sul titolo «con le lacrime agli occhi e le mani imploranti». Al di là dell’aneddoto, è certo però che Puccini apprezzava molto i testi del drammaturgo americano, in quanto da un’altra sua tragedia trasse ispirazione per l’opera successiva, La fanciulla del West. Messa in cantiere con grande entusiasmo, la Butterfly non ebbe però una storia particolarmente felice: il periodo di composizione della partitura fu lungo e laborioso, funestato anche da un incidente automobilistico da cui il compositore non si riprese mai del tutto. Puccini impiegò quindi ben quattro anni per licenziare lo spartito e diverse testimonianze epistolari ci parlano di una sua difficoltà nel mandare avanti la composizione. Il momento più tragico nella storia della Butterfly si ebbe però proprio in occasione del suo debutto: la serata inaugurale alla Scala si tramutò, infatti, in uno dei più clamorosi fiaschi che la storia del teatro ricordi. Le parole dell’editore Ricordi non lasciano dubbi a proposito e parlano eloquentemente di «grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate» da parte del pubblico, che proseguirono per tutta la durata dello spettacolo e che resero pressoché impossibile l’ascolto. Puccini, tuttavia, vedendo nell’insuccesso più un complotto organizzato dai suoi detrattori milanesi che un vero difetto dell’opera, si decise a non accantonare il lavoro e, dopo aver pagato di tasca propria i danni al teatro alla Scala per i guadagni mancati, si dedicò a una radicale revisione della partitura che, senza stravolgerla del tutto, potesse renderla più accettabile agli ascoltatori. In particolar modo, Puccini cercò di ridimensionare la negatività del personaggio di Pinkerton e di ammorbidire il suo spregiudicato razzismo nei confronti del popolo giapponese: scrisse un’aria in più (Addio fiorito asil) in cui il personaggio potesse mostrare rimorso per la condotta tenuta verso la donna sedotta e abbandonata, tagliò le sue battute sprezzanti verso gli Orientali all’interno del primo atto e rimosse l’inappropriata enfasi sulla goffaggine comica della famiglia di Butterfly. Il compositore ci vide giusto e la sua perseveranza fu del tutto ripagata. Modificata da queste sostanziali varianti, infatti, tre mesi dopo l’opera venne accolta entusiasticamente al Teatro Grande di Brescia e da quel giorno iniziò la sua seconda, fortunata esistenza. La Butterfly varcò presto i confini nazionali e debuttò al Metropolitan di New York nel 1907: quella fu la prima di numerose apparizioni, che, giunte nel 2012 al numero di 868 recite, la fanno la settima opera maggiormente eseguita nel teatro di Manhattan. Il fiasco iniziale del titolo è stato dunque pienamente riscattato e ancora oggi la tragica storia della geisha ripudiata dal marinaio americano commuove le platee di tutto il mondo. Proprio nel quadro di questo generale apprezzamento dell’opera, è stato condotto di recente l’interessante esperimento di ritornare più pacificamente al controverso progetto originario di Puccini per saggiarne l’effetto sul pubblico attuale. Il Maestro Riccardo Chailly, direttore del Teatro alla Scala, ha infatti ripreso in mano questa prima versione della Butterfly,ormai pressoché dimenticata, e ha deciso significativamente di proporre questa esecuzione come titolo inaugurale della stagione 2016-2017, che si sta per concludere in queste settimane: il 7 dicembre 2016 scorso si quindi è potuto riascoltare, a più di cento anni di distanza dal clamoroso fiasco scaligero, questa prima versione della Madama Butterfly che, grazie anche alle doti del soprano Maria José Siri, ha pienamente convinto pubblico e critica, suggellando la pace tra la composizione pucciniana e il teatro meneghino.


Photo: Marty Sohl/Metropolitan Opera

La storia di quest’opera vede come protagonista Cio-Cio-San, anche detta Madama Butterfly, giovane giapponese di 15 anni che, a causa della caduta in disgrazia di suo padre morto suicida per volontà dell’imperatore, sostiene la sua famiglia facendo la geisha nella città di Nagasaki, florido porto del Giappone aperto ai contatti con l’Occidente. Qui giunge Pinkerton, comandante della marina americana, uomo imperialista, cinico e votato alla missione di conquistare «d’ogni bella gli amor» (Dovunque al mondo) e che, per puro passatempo, compra dal mezzano Goro una casa giapponese e la stessa Cio-Cio-San per 100 yen totali. Sharpless, il console americano, tenta di convincerlo a non approfittarsi troppo cinicamente dell’amore della ragazza, ma l’ammiraglio sposa senza troppi problemi la giovane, che tra l’altro, per amore di Pinkerton, viene rinnegata da tutta la sua famiglia per aver deciso, con il matrimonio, di rinunciare alla religione degli avi e di farsi cristiana. Nel secondo atto, collocato tre anni dopo il matrimonio, Pinkerton non c’è più e Butterfly, sola, abbandonata da tutti e in miseria, vive con il figlio avuto da lui e la fedele serva Suzuki, nella certezza del ritorno del marito (Un bel dì vedremo). Per questa sua incrollabile convinzione, rinuncia alle vantaggiose offerte del ricco pretendente Yamadori e gioisce quando, con gran sorpresa, la nave del marito approda effettivamente al porto di Nagasaki. La speranza di Cio-Cio-San di vedere ricrearsi l’idillio famigliare viene però presto disillusa: Pinkerton è infatti accompagnato dalla nuova moglie americana ed è giunto solo con l’obiettivo di prendere con sé il figlio illegittimo e crescerlo secondo i costumi americani. Butterfly, con un estremo atto di sacrificio, accetta il divorzio e acconsente anche alla richiesta di cessione del figlio, affidandolo alle cure della nuova moglie americana. Rimasta ormai del tutto sola al mondo, senza il proprio figlio e definitivamente abbandonata dall’uomo che amava, la giovane decide di suicidarsi e, dopo aver dato un ultimo straziato addio al figlio (Piccolo Iddio!), si uccide con lo stesso pugnale che aveva usato suo padre. Pinkerton, giunto in scena per riprendersi il figlio, si strugge alla vista del corpo senza vita di Madama Butterfly e grida il nome della donna per tre volte come un ultimo, tardivo, rimorso.


Photo: Marty Sohl/Metropolitan Opera

Lo spettacolo che è andato in scena al Met ieri sera è stato di ottima qualità e molto gradito da parte del pubblico. La regia di Anthony Minghella, regista di Hollywood famoso per grandi film quali The English Patient e Cold Mountain, era di tipo minimale ma di grande suggestione. In particolare, si notava l’assenza di sfondi di ambientazione, sostituiti da una sola grande fascia in secondo piano illuminata di un colore diverso per ogni scena. Anche gli elementi scenografici erano ridotti al minimo, con l’uso in particolare di suggestivi pannelli scorrevoli manovrati da comparse vestite di nero a simulare gli interni giapponesi. L’andirivieni di questi pannelli è stato di grande efficacia ed è stato sfruttato dal regista con effetti affascinanti: incisiva in particolare è stata la scena d’apertura dell’atto II, quando l’illusione di Cio-Cio-San nei confronti dell’amore di Pinkerton è stata ben rappresentata da un breve ingresso in scena del marito accanto alla donna ad apertura di sipario e subito dissolto dal passaggio di uno di questi pannelli con le prime note dell’orchestra. Un’altra resa scenografica minimale ma suggestiva, si è avuta nel finale del primo atto, quando lo splendido duetto d’amore dei due protagonisti (Viene la sera) è stato arricchito dalla presenza di soffuse lampade giapponesi, di una cortina di rami di ciliegio in fiore in grado di esprimere l’intimo raccoglimento degli amanti e petali di pesco calanti dall’alto; all’apertura del sipario sulla scena successiva, la stessa ambientazione è stata riproposta con i fiori emblematicamente sfioriti e appassiti. Cifra distintiva della regia dello spettacolo è stata, inoltre, la presenza di uno specchio grande quanto tutto il palcoscenico e sospeso sopra la scena in posizione inclinata: oltre a mimare in qualche modo l’aspetto speculare delle ali di una farfalla (“Butterfly”, appunto), la studiata posizione dell’elemento scenografico permetteva allo spettatore di apprezzare le scene con una visione multipla, da davanti, da dietro e dall’alto così da moltiplicare virtualmente il numero dei pochi elementi presenti sulla scena e intensificarli di significato. In particolare, l’artificio dello specchio ha permesso la creazione di due scene di grande coinvolgimento emotivo, quella del colloquio tra Suzuki, Pinkerton e la moglie all’inizio dell’atto terzo e quella finale del suicidio. Nella prima, allo spettatore, oltre alla scena frontale dominata dal cinismo di Pinkerton, era possibile vedere allo stesso tempo riflessa nello specchio la tenera immagine di Butterfly assopita insieme al figlio in attesa dell’uomo amato; nella seconda, il corpo senza vita della donna, simbolicamente avvolto da due drappi rossi, era raddoppiato nella sua immagine speculare così da esercitare un grande impatto visivo sul pubblico. Perno centrale di questa produzione e degni di nota sono stati anche gli splendidi costumi realizzati dall’artista e costumista cinese Han Feng, caratterizzati da colori vivaci e accesi, bene messi in risalto dalle luci e dagli sfondi colorati di volta in volta scelti per i diversi episodi, e derivanti da un’interessante unione di tradizione giapponese e significative innovazioni, come quella già ricordata dei due lunghi drappi rossi legati al vestito di Cio-Cio-San nella scena finale, a simboleggiare il sangue da lei versato per amore. Una scelta registica originale adottata da Minghella è stata, inoltre, quella di utilizzare in scena delle marionette manovrate da esperti burattinai al posto dei servitori della donna e del figlio di lei. La soluzione è apparsa del tutto convincente, poiché, da una parte si rifà alla tradizione del Bunraku (teatro di burattini giapponese) e ben si concilia quindi con l’ambientazione dell’opera, dall’altra è anche in grado di esprimere il clima fanciullesco e ingenuo nella quale è immersa la quindicenne Butterfly e la stessa nazione giapponese alle soglie della modernità. Il bambino avuto da Pinkerton viene così ad essere il gioco di Butterfly, il frutto innocente della sua visione infantile della vita; la stessa Cio-Cio-San, che viene tra l’altro esplicitamente definita «bambola» e «giocattolo» nelle parole di Pinkerton del libretto, è stata trasformata in marionetta in una scena onirica che Minghella ha deciso di inserire come sfondo del preludio sinfonico dell’ultimo atto, a sottolineare l’atteggiamento ludico della donna e il suo sottostare passivamente alle manovre dell’uomo che ama.

Per quanto riguarda l’aspetto musicale, tutti gli interpreti hanno dimostrato grande maestria canora e buone capacità attoriali. A stagliare su tutti, immancabilmente, i due protagonisti, la rinomata soprano cinese Hui He e il tenore italiano Roberto Aronica. La prima ha incantato la platea con una voce versatile e ricca di sfumature, prima sottile nel delineare il carattere ingenuo ed etereo della giovane geisha, poi potente nell’esprimere la forza della speranza, infine drammatica nelle ultime parole rivolte al figlio prima di morire. Il secondo, invece, si è cimentato con grande rigore nel ruolo di Pinkerton, da sempre poco amato da ogni cantante perché di grande difficoltà ma incapace di suscitare l’empatia del pubblico moderno a causa dei contenuti maschilisti, rozzi e imperialisti di cui si fa portavoce. Aronica, in ogni caso, si è calato in maniera convincente nei panni dell’americano spregiudicato e si è distinto per il timbro caldo che gli ha saputo imprimere e per i suoi acuti puliti, rotondi e squillanti. Tra le uniche notazioni negative riguardo all’esecuzione musicale si può menzionare il fatto che il prorompente acuto finale della famosa aria Un bel dì vedremo (impeto di gioia volto a sconfessare ogni dubbio di Suzuki)è stato eseguito un po’ spezzato, affrettato e poco tenuto da parte di Hui He. Inoltre, nella sezione del coro a bocca chiusa alla fine del secondo atto, il coro, forse anche a causa delle grandi dimensioni del palcoscenico newyorkese, è stato probabilmente posizionato, dietro le quinte, in un’area eccessivamente lontana dall’orchestra, in quanto il magnifico brano è risultato poco bilanciato tra canto e accompagnamento orchestrale e quest’ultimo ha finito per prevalere sostanzialmente di volume sulla melodia del coro.

Nel complesso, però, la Butterfly del premio Oscar Anthony Minghella e con il cast scelto dal Met per l’occasione è stata di ottimo livello. In attesa di conoscere il nuovo allestimento di Tosca che debutterà la sera di Capodanno, si può quindi dire che questa prima trilogia di opere pucciniane riproposte dal Met con le rispettive regie storiche vada ampiamente promossa e che abbia costituito davvero un bel regalo al Maestro di Lucca a 160 dalla sua nascita. Nel caso della Butterfly, questo regalo ha anche il merito, se ancora ce ne fosse bisogno, di risarcire a pieno il Maestro dei dissensi ingiustificati che segnarono la nascita di questo capolavoro. Puccini definiva la Butterfly «l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito» e oggi pare davvero difficile non condividere le sue parole.


Photo: Marty Sohl/Metropolitan Opera


Escrito por Luca Zipoli
Desde España
Fecha de publicación: Invierno de 2018
Artículo que vió la luz en la edición nº 34 de Sinfonía Virtual
www.sinfoniavirtual.com
ISSN 1886-9505



 

 

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